Ci sono libri che non si lasciano sistemare sullo scaffale senza fare rumore. Zorba il greco è uno di questi. Non rimane fermo: balla, inciampa, ride, mangia, bestemmia, canta. E mentre lo fa, guarda il lettore con una specie di allegria scandalosa, come se gli dicesse: “Hai pensato abbastanza. Adesso vivi”.
Perché l’ho aperto
Non ho aperto Zorba il greco per imparare una lezione. L’ho aperto perché certi libri promettono compagnia prima ancora di promettere senso. Kazantzakis non invita a una lettura ordinata: invita a un corpo a corpo con la vita.
Zorba è il contrario del lettore chiuso nella propria stanza. È vento, terra, fame, impulso. Ma non è un personaggio “semplice”. La sua vitalità è una filosofia senza apparato, un pensiero che non si veste da pensiero.
Cosa mi ha lasciato
Mi ha lasciato l’idea che la vita, prima di essere interpretata, vada attraversata. Che non tutto debba essere decifrato, ordinato, trasformato in sistema.
Per un autore abituato ad ascoltare simboli, soglie e labirinti, Zorba è una salutare eresia: ricorda che anche il mistero ha bisogno di gambe, mani, vino, polvere e risata.
Dove mi ha portato
Mi ha portato fuori dalla biblioteca, ma senza tradirla. Perché esiste una lettura che non allontana dai libri, bensì li restituisce al mondo. Dopo Zorba, anche una pagina sembra chiedere più corpo. Anche una frase deve respirare.
Nel Tàgoraverse, questo libro sta nella stanza delle Letture amate: non perché sia “utile”, ma perché continua a scuotere la sedia su cui mi siedo a scrivere.
A chi lo consiglierei
A chi pensa troppo.
A chi vive tra quaderni e rimandi.
A chi ha bisogno di ricordare che la conoscenza non sempre arriva con una risposta: a volte arriva con una danza.
Una soglia di lettura
Entrare in Zorba il greco non per capire Zorba, ma per scoprire quale parte di noi ha smesso di danzare.
Ricevi aggiornamenti su racconti, romanzi, pubblicazioni e frammenti dal laboratorio narrativo di Panfilo Tàgora
Discussione tra membri