L’angelo della finestra d’Occidente: il romanzo come grimorio
Ci sono libri che sembrano già socchiusi prima ancora che li tocchiamo. L’angelo della finestra d’Occidente appartiene a questa stirpe: non promette soltanto una trama, ma una soglia. E le soglie, si sa, non chiedono permesso. Aspettano.
Perché l’ho aperto
L’ho aperto perché Meyrink è uno di quegli autori che non trattano l’esoterico come ornamento. Nei suoi romanzi l’occulto non è una polvere dorata gettata sopra la narrazione: è il sistema nervoso del testo.
Qui il romanzo si comporta quasi come un grimorio narrativo. Non nel senso ingenuo del “libro magico”, ma in un senso più sottile: una struttura che obbliga il lettore a spostare il proprio sguardo.
Cosa mi ha lasciato
Mi ha lasciato l’idea che il mistero funziona solo quando non viene spiegato troppo presto. Se lo si spiega, muore. Se lo si lascia agire, diventa atmosfera, destino, architettura.
Per Panfilo Tàgora, questo è un punto essenziale: il simbolo non deve essere appoggiato sulla pagina come un soprammobile. Deve muovere la storia da dentro.
Dove mi ha portato
Mi ha portato verso la finestra. Non una finestra qualsiasi: quella da cui qualcuno guarda e da cui, forse, siamo guardati.
Il romanzo di Meyrink apre un corridoio tra storia, occulto, doppio e memoria. Il lettore avanza con la sensazione che il libro sappia più di quanto dica, e che ogni nome, ogni oggetto, ogni coincidenza custodisca una seconda funzione.
A chi lo consiglierei
A chi ama i romanzi iniziatici.
A chi non ha paura dei testi obliqui.
A chi cerca nell’esoterismo non una risposta, ma una forma più profonda della domanda.
Una soglia di lettura
Entrare in Meyrink non per capire il mistero, ma per lasciarsi lentamente riorganizzare da esso.
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